meier, l’ara pacis e il provincialismo italiano

il sidaco di roma gianni alemanno ha messo tra i punti qualificanti della sua azione amministrativa lo spostamento del museo dell’ara pacis di richard meier. meier dal canto suo ha commentato che è incredibile spostarla, che nella sua lunga carriera non aveva mai visto niente di simile alle polemiche su questo edificio, e che, anche se ancora non sa chi sia alemanno, lo vorrà incontrare per discutere della cosa. certamente l’idea di spostare una costruzione del genere è da ignoranti, o per orecchie ignoranti: si tratta di un colosso di cemento armato di cui una volta demolito non resta nulla, mica di un padiglione da fiera. e, detto incidentalmente, è stato pensato per quella situazione, ricostruirlo altrove non avrebbe senso, occorrerebbe riprogettarlo da capo. per cui mi auguro che meier (la cui architettura potrà piacere o no, ma che è comunque una persona di lunga esperienza) potrà rispondere al sor cacini di turno che demolirlo sì (anche se con dolore), ricostruirlo altrove mai e poi mai. stiamo prendendo per il culo personaggi di un livello che alé-magna e i suoi teppistelli nemmeno si immaginano quale sia: e ci metto anche il calatrava del quarto ponte di venezia, il renzo piano dell’auditorium (chi si ricorda della polemica tutta ministeriale sulle stutture in legno lamellare?), la zaha hadid del maxxi (con i finanziamenti a goccioline e l’imposizione di mantenere la facciatina della ex-caserma) e della stazione di napoli (che chissà se si farà), e chi più ne ha più ne metta. si vuole che si diano incarichi solo a italiani: l’unico motivo valido che io vedo per essere così provinciali è che con gli stranieri riusciamo solo a fare brutte figure (gli italiani lo sanno già come andrà a finire). ma poi non ci lamentiamo del fatto che l’italia non esprima più nulla. ce la siamo voluta.

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